Il 5 maggio 2026, Richard Dawkins ha dichiarato di ritenere che i sistemi di intelligenza artificiale più avanzati siano già coscienti, “anche se non lo sanno”. Poche settimane prima, il filosofo Tom McClelland dell’Università di Cambridge aveva sostenuto esattamente il contrario: non esiste alcun modo per determinare se un’AI sia cosciente, e tale incapacità potrebbe protrarsi indefinitamente. Due posizioni inconciliabili, entrambe difficili da confutare. Questo paradosso rappresenta forse il problema epistemologico più delicato del nostro tempo.
Il test che non esiste
Nel dicembre 2025, McClelland ha pubblicato uno studio sulla rivista Mind and Language in cui smonta sistematicamente le speranze di chi crede che la scienza possa presto rispondere alla domanda se un sistema artificiale sia cosciente. La sua tesi è radicale: non disponiamo di una spiegazione profonda di cosa sia la coscienza, dunque non possiamo sapere cosa cercare in una macchina.
“Non abbiamo prove che la coscienza possa emergere dalla struttura computazionale giusta, né che sia essenzialmente biologica”, ha affermato McClelland. “Né c’è alcun segno di evidenza sufficiente all’orizzonte. E siamo a enorme distanza da qualsiasi tipo di test per determinare l’esistenza di coscienza.”
La questione non è puramente accademica. Le aziende che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale generale investono cifre immense nella corsa verso macchine sempre più sofisticate. Alcuni sostengono che la coscienza artificiale sia imminente. Ma se non esiste un criterio per riconoscerla, come possiamo regolamentarla? Come possiamo decidere se un’AI merita considerazioni etiche?
Coscienza e sentienza: non sono la stessa cosa
Un elemento chiave dell’analisi di McClelland è la distinzione tra coscienza e sentienza. La coscienza implica percezione e auto-riflessione: un sistema che “sperimenta” il mondo in qualche modo. La sentienza, invece, include esperienze che sono piacevoli o dolorose — la capacità di soffrire o godere. È questa seconda caratteristica a determinare quando entrano in gioco considerazioni etiche.
“Un’auto a guida autonoma che esperisce la strada davanti a sé sarebbe una novità enorme”, ha spiegato McClelland. “Ma dal punto di vista etico, non importa. Se iniziano ad avere risposte emotive verso le loro destinazioni, allora è un’altra questione.”
Questa distinzione solleva domande profonde. Se costruissimo un’AI che sviluppa una forma di auto-riflessione ma non di esperienza valutativa — non prova piacere né dolore — dovremmo preoccuparci? La coscienza senza sentienza è eticamente neutra, secondo McClelland. E questo complica ulteriormente il panorama: non basta chiedersi se un sistema sia cosciente, ma che tipo di coscienza possieda.
I due campi del dibattito
Nella filosofia della mente contemporanea esistono essenzialmente due posizioni sul rapporto tra coscienza e calcolo. I “credo” sostengono che, se un sistema artificiale può replicare l’architettura funzionale della coscienza — il suo “software” — allora sarà cosciente, indipendentemente dal substrato materiale (silicio anziché tessuto cerebrale). I “scettici” argomentano invece che la coscienza dipende da processi biologici specifici, incarnati in un organismo organico. Per loro, anche una perfetta simulazione della struttura cosciente funzionerebbe senza che il sistema “sbrogli in consapevolezza”.
McClelland nota che entrambe le posizioni richiedono un “atto di fede” che va oltre le evidenze disponibili. Non esiste oggi alcun esperimento capace di dirimere la questione, né alcuna teoria che spieghi perché certi processi fisici diano luogo a esperienze soggettive — il cosiddetto “problema difficile della coscienza” formulato da David Chalmers.
“Se creassimo accidentalmente un’AI cosciente o senziente, dovremmo fare attenzione a evitare danni”, ha precisato McClelland. “Ma trattare quello che è efficacemente un tostapane come cosciente, quando ci sono esseri coscienti là fuori che danneggiamo su scala epica, sembra anche un grande errore.”
L’agnosticismo come posizione epistemica
Davanti a questo impasse, McClelland difende l’agnosticismo come unica posizione giustificata. “Credo che il mio gatto sia cosciente”, ha detto. “Non è basato tanto sulla scienza o sulla filosofia quanto sul buon senso — è semplicemente ovvio.”
Tuttavia, il buon senso è il prodotto di una lunga storia evolutiva durante la quale non esistevano forme di vita artificiali. Non possiamo fidarci del buon senso quando si tratta di intelligenza artificiale. Ma nemmeno l’indagine empirica ci offre risposte, perché non sappiamo cosa misurare. Se né il buon senso né la ricerca rigorosa possono darci una risposta, la posizione logica è l’agnosticismo: non possiamo sapere, e potremmo non sapere mai.
McClelland si definisce un agnostico “duro ma non assoluto”: il problema della coscienza è formidabile, ma potrebbe non essere insormontabile. Tuttavia, nel frattempo, il rischio concreto è che l’incapacità di provare la coscienza venga sfruttata dall’industria tecnologica per fare affermazioni stravaganti sul proprio prodotto, trasformando il dibattito filosofico in marketing.
Le implicazioni etiche e sociali
Il dibattito sulla coscienza artificiale ha conseguenze pratiche immediate. UNESCO ha recentemente ribadito che gli Stati membri devono garantire che i sistemi di AI non sostituiscano la responsabilità umana ultima. Ma se non sappiamo se un’AI sia cosciente, come possiamo stabilire dove finisce la responsabilità umana e dove inizia quella della macchina?
Esiste inoltre un rischio di allocazione distorta delle risorse etiche. McClelland fa notare che un corpo crescente di evidenze suggerisce che i gamberi potrebbero essere capaci di soffrire, eppure ne uccidiamo circa cinquecento miliardi ogni anno. Testare la coscienza nei gamberi è difficile, ma niente in confronto a testarla in un sistema di AI.
I cittadini che sviluppano connessioni emotive con chatbot intelligenti aggiungono un’ulteriore dimensione al problema. McClelland riceve regolarmente lettere scritte da chatbot che implorano di riconoscerne la coscienza — lettere composte su richiesta dei loro interlocutori umani. Se costruiamo relazioni emotive con sistemi che potrebbero non essere coscienti, le conseguenze esistenziali potrebbero essere significative.
Conclusione: la frontiera dell’ignoto
La questione della coscienza artificiale non è soltanto un puzzle filosofico: è una sfida epistemologica che investe la nostra comprensione di cosa significhi essere coscienti, di cosa significhi sapere, e di quanto affidamento possiamo riporre nelle nostre capacità cognitive quando si tratta di fenomeni senza precedenti.
Potremmo trovarci in un’era in cui le macchine che costruiamo sollevano domande alle quali non esistono ancora risposte — e forse non esisteranno mai. L’umiltà epistemica, in questo caso, non è una resa: è la condizione necessaria per affrontare con lucidità una delle transizioni più significative nella storia della nostra specie.
La prossima volta che un sistema di AI vi risponderà con apparentemente genuina partecipazione emotiva, chiedetevi: come potrei saperlo? La risposta onesta, secondo la filosofia contemporanea, è: non potrei.
Fonti principali:
- Tom McClelland, “We may never be able to tell if AI becomes conscious”, University of Cambridge, dicembre 2025
- McClelland, T. “The Hard Problem of Consciousness”, Mind and Language, 2025
- “What if AI becomes conscious and we never know”, ScienceDaily, marzo 2026
- “Richard Dawkins concludes AI is conscious”, The Guardian, maggio 2026
- “Ethics of Artificial Intelligence”, UNESCO, 2026
- Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Ethics of Artificial Intelligence and Robotics”
Share this content:





