Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato la sua prima Lettera Enciclica, intitolata Magnifica Humanitas, dedicata alla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Il documento, che si richiama esplicitamente alla tradizione della Rerum Novarum di Leone XIII nel 135º anniversario della sua pubblicazione, affronta l’artificiale non solo come problema tecnico o regolamentare, ma come «nuova questione sociale» del XXI secolo. Al di là della sua valenza dottrinale e pastorale, l’enciclica pone una sfida di prim’ordine alla filosofia della mente: cosa significa custodire la persona quando le macchine sembrano poter colmare ogni distanza tra calcolo e coscienza? In questo saggio esploriamo alcuni snodi dell’enciclica che convergono proprio su questa domanda. La scelta antropologica tra Babele e la città L’enciclica si apre con un’immagine forte: l’umanità, creata da Dio «nella sua grandezza», si trova oggi di fronte a una scelta decisiva, e consiste nel costruire una nuova Torre di Babele o la città nella quale Dio e l’umanità abitano insieme. Questa metafora è rivelatrice perché non si limita a un avvertimento morale o religioso, ma tocca un nodo propriamente filosofico: l’identità dell’umano. Babele è il luogo dove la diversità delle lingue si traduce in frammentazione e incomprensione; è anche il mito dell’umano che vuole farsi Dio tramite la tecnica. La città, invece, è la comunità dei volti, il luogo del riconoscimento reciproco, dove la persona non è riducibile a funzione o a dato. Da questa premessa emerge un’antropologia che rifiuta ogni forma di riduzionismo. La persona umana non è un insieme di dati da ottimizzare, né un sistema da potenziare: è un «mistero» che solo nella carne incarnata, nella relazione, nell’amore trova il suo pieno senso. È questo il fondamento che rende possibile la «custodia»: non una protezione difensiva, ma un atteggiamento di cura che riconosce l’irriducibilità della persona a ogni schema tecnico. Il paradigma tecnocratico e la riduzione della mente a dati Il Papa sviluppa una critica severa del paradigma tecnocratico, denunciando la tendenza a considerare gli strumenti tecnologici come valori in se stessi e a subordinare la persona ai criteri dell’efficienza e del profitto. L’artificiale è chiamato «disarmare», liberandola dalle logiche di dominazione, esclusione e morte che la trasformano in uno strumento di potere. Questa espressione è pregnante: l’intelligenza artificiale non è neutralità pura, ma è sempre già orientata dai valori di chi la progetta, dei dati su cui è addestrata, dei fini cui è destinata. La riduzione della persona a dato ha conseguenze profonde per la filosofia della mente. Se la mente umana fosse interamente riducibile a pattern computabili, la custodia non avrebbe più senso: ci sarebbe solo ottimizzazione. Ma l’enciclica insiste sull’opacità irriducibile della persona, sulla sua trascendenza rispetto a ogni sistema di rappresentazione. Il soggetto che pensa, ama, soffre, spera non è un artefatto digitale, né la sua somiglianza con un modello algoritmico può essere confusa con l’identità ontologica. La mente è carne e spirito, relazione e storia, libertà e destino: dimensioni che sfuggono al calcolo binario. Transumanesimo e postumanesimo: i limiti di una visione Una delle pagine più interessanti dell’enciclica riguarda le narrazioni soggiacenti al progresso tecnologico, in particolare il transumanesimo e il postumanesimo. Il Papa non li affronta come fantasie da scienza, ma come filosofie della storia che propongono una metamorfosi dell’umanità attraverso la tecnica. Il problema non è la tecnologia in sé, ma la promessa di superare i limiti propri della condizione umana: la morte, la malattia, la fragilità. Questa è una tentazione antica, che ritorna ogni volta che l’umanità confonde la propria grandezza con l’onnipotenza. Dal punto di vista della filosofia della mente, questa critica è decisiva. Il transumanesimo tende a considerare la coscienza come un pattern di informazione che può essere trasferito, duplicato o potenziato. Ma questo è un’ipotesi non dimostrata, e l’enciclica ne denuncia l’antropologia sottostante: si tratta di una visione disincarnata, che separa la mente dal corpo e considera il primo come puro software. Il postumanesimo, poi, dissolve la persona in reti e flussi, negando ogni soggettività autonoma. Contro queste visioni, l’enciclica propone un’idea di persona radicata nella creaturalità, nella finitezza, nella dipendenza: condizioni che non sono da superare, ma da custodire. Verità, lavoro e libertà: dove la mente umana trascende l’algoritmo L’enciclica dedica ampio spazio a tre questioni che riguardano direttamente la filosofia della mente: la verità, il lavoro e la libertà. La verità è un bene comune, non una merce da gestire algoritmicamente. L’artificiale può generare contenuti coerenti statisticamente, ma non la verità intesa come conformità del pensiero alla realtà. La ragione, infatti, non è solo calcolo: è giudizio, è discernimento, è responsabilità. Queste dimensioni esistenziali non possono essere ridotte a processi computazionali. Il lavoro è un altro ambito cruciale. L’enciclica denuncia il rischio di sostituzione della persona con l’automazione, ma non propone un ritorno arcaico: invita a riconoscere nel lavoro la dignità dell’essere personale. Dal punto di vista filosofico, questo significa che l’azione umana non è meramente strumentale: anche attraverso il lavoro la persona si costituisce, sviluppa abilità e costruisce relazioni. Un artificiale che riduca il lavoro a efficienza ripete il paradigma tecnocratico, annullando la dimensione formativa ed esistenziale dell’attività produttiva. La libertà, infine, è il cuore della questione. Il Papa richiama esplicitamente i rischi legati alla dipendenza e alla commercializzazione della persona, parlando anche di «nuove forme di schiavitù». Questo non è iperbole retorica: quando i modelli predittivi modellano i nostri desideri, quando le piattaforme scelgono per noi cosa vedere e cosa pensare, la libertà è effettivamente erosa. La filosofia della mente deve riflettere su queste nuove forme di determinismo algoritmico che agiscono non per coercizione, ma per conformismo indotto. Per una civiltà dell’amore contro la cultura del potere L’enciclica chiude con un’apertura verso la «civiltà dell’amore» come alternativa alla «cultura del potere». Questa opposizione è profondamente filosofica: dove la cultura del potere riduce l’altro a strumento della propria volontà, la civiltà dell’amore riconosce l’altro come persona irriducibile, come volto che chiama alla responsabilità. Nell’ambito dell’artificiale, questo si traduce in un invito a progettare sistemi che servano l’umanità e non la concentrazione del potere. La custodia della mente, allora, è lavoro di tutti: filosofi, tecnologi, educatori, cittadini. Richiede una conversione culturale che non rifiuti la tecnologia, ma la sottoponga al criterio della persona. L’enciclica ci ricorda che l’umano non è un problema da risolvere con l’algoritmo, ma un mistero da rispettare. In un mondo che corre verso la digitalizzazione totale, questa è una lettura che la filosofia della mente non può più ignorare. Conclusione La Magnifica Humanitas è un testo che attraversa i confini della dottrina ecclesiale per dialogare con la filosofia, la scienza e la politica. Nella sua prospettiva, la crisi dell’artificiale è prima di tutto una crisi antropologica: abbiamo dimenticato chi siamo, e per questo rischiamo di costruire strumenti che invece di liberarci ci imprigionano. La filosofia della mente ha il compito di riportare al centro il concetto di persona, con tutta la sua ricchezza ontologica e la sua irriducibilità alle macchine. Solo così la custodia sarà possibile: non come negazione del progresso, ma come presupposto di un progresso davvero umano. Share this content: Navigazione articoli Etica dell’Intelligenza Artificiale nel 2026: Tra AI Act Applicabile e Sfide Globali Le misure dell’equità: quando l’algoritmo decide chi è giusto