Nel maggio 2026, la rivista Humanities and Social Sciences Communications ha pubblicato un articolo che ribalta la premessa implicita di gran parte del dibattito sull’intelligenza artificiale: che esista un’unica intelligenza, astratta e universale, verso cui la tecnica convergerebbe inevitabilmente. L’autrice, Zheng Wang, chiama questa alternativa «intelligenza plurale». Non è una tassonomia di facoltà cognitive — come la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner — ma un framework per progettare sistemi capaci di operare attraverso mondi di senso eterogenei. La tesi centrale è che le tradizioni linguistiche e cosmotecniche non occidentali, in particolare quella cinese, non offrono semplicemente «esempi» da inserire in un quadro già dato; indicano dove quel quadro diventa instabile, costringendo a ripensare cosa significhi intelligenza quando si smette di presupporre un logos universale. La posta in gioco non è solo teorica. I grandi modelli linguistici attuali incarnano quello che Wang chiama un «empirismo sganciato»: catturano regolarità statistiche tra forme lessicali senza essere radicati nelle forme di vita, nelle ecologie mediali e nelle pratiche translinguistiche che danno senso al linguaggio. Sono empirici nel metodo, ma, nei termini di Bernard Stiegler, restano «dis-individuati» rispetto ai contesti culturali e tecnici che generano significato. La sfida, allora, non è «de-biasare» i dataset, ma costruire un paradigma epistemico pluralista che prenda sul serio concetti come continuità, epistemologie ideografiche e figurali, e coesistenza relazionale (gongsheng 共生). Questo saggio esplora come la linguistica empirica di Yuen Ren Chao, la semiotica del xiang (象, immagine) in Yuk Hui, e la nozione di cosmotecnica offrano risorse concettuali per un’intelligenza artificiale che non presupponga un’unica struttura logica universale, ma riconosca che lingue, scritture e tradizioni cosmotecniche diverse ritagliano l’esperienza in modi non identici, generando condizioni diverse sotto cui l’«intelligenza» può apparire. La scommessa logocentrica e il suo rovescio empirico La storia dell’intelligenza artificiale può essere letta come la storia di una scommessa filosofica. Dalle origini, il campo è stato guidato — spesso implicitamente — da assunzioni su cosa siano conoscenza, linguaggio e realtà. La storiografia dominante narra una transizione da un’era «simbolica» o «razionalista» a un paradigma «statistico» o «empirico». Ma questa storia lineare nasconde una lotta più complessa. Il logocentrismo dell’IA classica (GOFAI) ereditava dalla tradizione razionalista la convinzione che esista un logos universale — una struttura astratta di proposizioni, concetti o simboli — che possa in principio essere pienamente formalizzata e implementata in una macchina. Il programma era bypassare le ambiguità del linguaggio naturale codificando la conoscenza in sistemi logici formali, assumendo che il significato potesse essere recuperato da rappresentazioni simboliche ben formate (Newell e Simon 1976; Dreyfus 1979). Il successo degli LLM sembra rovesciare questa immagine. Invece di strutture logiche artigianali, si affidano alla co-occorrenza statistica su enormi corpora testuali. Eppure, come argomenta Wang, questo non dissolve semplicemente il logocentrismo. Introduce una nuova configurazione: un empirismo sganciato in cui i modelli catturano regolarità statistiche tra forme lessicali senza essere incorporati nelle forme di vita che danno al linguaggio il suo senso. La critica di Wang riprende Wittgenstein e Margaret Masterman: il significato non risiede in rappresentazioni mentali isolate, ma in atti di significazione socialmente e materialmente incorporati. Masterman, al Cambridge Language Research Unit, mostrò come una semantica basata su thesaurus e cross-linguistica possa essere ingegnerizzata nella pratica — un esperimento che anticipava, in modi diversi, tanto la linguistica dei corpora quanto l’attenzione contemporanea agli embedding multilingue (Masterman 1957). La continuità come metodo: Yuen Ren Chao contro le essenze discrete Il nodo teorico sta nel passaggio dal discreto al continuo. Yuen Ren Chao (趙元任, 1892–1982), linguista, musicista e polimata sino-americano, formulò nel 1918 nella sua tesi di dottorato a Harvard, Continuity: A Study in Methodology, la posizione filosofica che sottende tutta la sua opera successiva: i fenomeni naturali e sociali — incluso il linguaggio — sono meglio compresi come continui piuttosto che come tipi nettamente delimitati. Tra due casi vicini si può sempre interpolarne altri intermedi, cosicché la domanda cruciale diventa quando una differenza di grado appare come differenza di specie. Questo «pensiero della continuità» funziona come metodo generale, non come tesi puramente matematica, e Chao lo applica esplicitamente a fonologia, grammatica e semantica (Shi 2023). La continuità di Chao non è solo categorizzazione astratta; è empiricamente fondata su misurazione fonetica e indagini linguistiche. I suoi studi sul campo sui dialetti, le analisi oscillografiche di tono e intonazione, e gli esperimenti con la visualizzazione spettrografica del parlato presuppongono tutti che i dati linguistici arrivino in distribuzioni dense e parzialmente sovrapposte, non in cluster nettamente separati (Yeang 2019). La domanda non è se un suono sia «davvero» un tono o «davvero» una consonante, ma fin dove la variazione continua possa essere discretizzata per scopi analitici e pratici diversi. Questa posizione sposta il terreno sotto i piedi tanto del logocentrismo GOFAI quanto dell’empirismo sganciato degli LLM. Il primo presuppone categorie discrete e universali (il logos); il secondo tratta le categorie come emergenti da pattern statistici su token discreti, ma eredita comunque l’ontologia del token discreto come unità base. Chao mostra che l’unità base — il fonema, il morfema, la parola — è essa stessa una discretizzazione pragmatica di un continuum, e che diverse tradizioni linguistiche discretizzano in modi diversi. Il suo General Chinese, sistema fonetico che rappresenta simultaneamente le pronunce di tutte le principali varietà del cinese, ne è la dimostrazione tecnica: non è un sistema di romanizzazione unico, ma due sistemi alternativi (uno che usa caratteri cinesi foneticamente come sillabario, l’altro alfabetico) che coesistono perché nessuna singola discretizzazione cattura l’intero continuum. Dalla continuità all’ontologia: classificatori, enduranti e perduranti Se la continuità è una posizione metodologica, il sistema dei classificatori e delle parole di misura che Chao analizzò in tutta la sua opera sulla grammatica cinese (Chao 1968) offre un ponte verso questioni ontologiche esplicite. Chu-Ren Huang propone che le frasi classificatorie — composti Determinante-Misura — possano essere modellate usando la distinzione, familiare all’ontologia formale contemporanea, tra enduranti (entità interamente presenti in ogni momento, come oggetti e persone) e perduranti (entità che si svolgono nel tempo, come processi ed eventi). In cinese, la scelta del classificatore forza una decisione ontologica che in inglese resta spesso implicita: yī tiáo yú (una «lunga-cosa» pesce) tratta il pesce come endurante allungato; yī wěi yú (una «coda» pesce) lo tratta come perdurante, un segmento di un processo. Qui la grammatica non riflette semplicemente un’ontologia preesistita; la rende operativa nel discorso. La continuità tra essere e divenire, tra ti (體, corpo/sostanza) e yong (用, funzione/uso), che la filosofia cinese classica tematizza da millenni, diventa una scelta grammaticale obbligatoria a ogni enunciato quantificato. Per un sistema di IA, essere sensibile a un tale mondo significherebbe non solo tracciare co-occorrenze di token, ma registrare come elementi testuali sono ancorati in figure visive e spaziali, come echeggiano attraverso domini eterogenei, come azioni si propagano attraverso reti differenziali di associazione. Richiederebbe una capacità di afferrare gestalt — pattern che tagliano trasversalmente testo, immagine e relazione — non solo di contare e predire simboli discreti. Il xiang e la cosmotecnica: tecnica come partecipazione al Dao Yuk Hui, in The Question Concerning Technology in China (2016) e nei lavori successivi, sviluppa il concetto di cosmotecnica: l’unificazione, entro una data cultura, dell’ordine cosmico e dell’ordine morale attraverso attività tecniche. Ogni tecnologia codifica una metafisica. La tradizione cosmotecnica occidentale, radicata nella separazione greca di technē da physis e radicalizzata dal meccanicismo illuminista, tratta la natura come riserva a disposizione e la tecnica come dominio. La cosmotecnica cinese, fondata sul pensiero daoista e confuciano, intende la tecnica come partecipazione ai processi autogeneranti del Dao. Il concetto chiave qui è xiang (象), che Hui, seguendo François Jullien, preferisce tradurre «immagine» piuttosto che «idea». Nel Daodejing, capitolo 14, il testo recita: «是謂無狀之狀,無物之象»[1]. Per Hui, la cosmotecnica — operando dentro la tradizione dello xiang — «sembra esemplificare un incontro attraverso cui la tecnica iscrive il Dao nella sua operazione e struttura»[2]. La scrittura cinese stessa diventa cosmotecnica: i caratteri non sono «ideogrammi» nel senso platonico di idee pure, ma pittogrammi che rimangono «incollati» ai materiali e alle trame cosmologiche che schematizzano; non fluttuano interamente liberi come simboli astratti (Descola 2013). La rottura della correlazione Dao-Qi (via/strumento) durante la dinastia Qing, seguita dalla rivoluzione della lingua cinese moderna, ha portato al collasso di questo sistema e all’assimilazione della tecnica cinese al mono-tecnologismo occidentale. Hui osserva che gli oggetti digitali — applicazioni, programmi, siti web — esistono in un contesto preprogrammato, chiuso, staccato dalle località, dagli ambienti e dalle cosmologie particolari. Il ruolo dell’individuo umano in questi sistemi è sempre già anticipato, se non totalmente programmato (Hui 2016b). Per rompere il circolo chiuso del mono-tecnologismo, la cosmotecnica propone di risituare la tecnica localmente, in allineamento con la cosmologia, la geografia e l’immaginazione di una cultura specifica. Il gongsheng e la convivenza relazionale Fei Xiaotong, sociologo, localizza il soggetto umano dentro questo mondo relazionale. Il suo concetto di «modalità differenziale di associazione» (chaxu geju, 差序格局) contrasta un’immagine occidentale dell’individuo come bastone discreto in un fascio con un’immagine cinese del sé come onde che si propagano da una pietra gettata nell’acqua. Il sé è definito non da un’essenza interiore ma da cerchi concentrici di intensità relazionale — famiglia, vicini, colleghi, conoscenti, estranei. Questa immagine è semiotica: proprio come il significato di un carattere muta con la sua collocazione in una poesia o su un rotolo, il significato di una persona muta con la sua posizione e distanza dentro una rete di relazioni. Wang chiama gongsheng (共生, coesistenza relazionale) questa orientazione. Non è un’aggiunta morale a un quadro tecnico altrimenti neutro; è la condizione epistemica per cui l’intelligenza può apparire in modi non identici. Un’IA che operasse in un paradigma gongsheng non ottimizzerebbe per un’unica funzione obiettivo universale, ma negozierebbe vincoli multipli, situati, riconoscendo che diverse comunità hanno diverse concezioni di ciò che conta come buon funzionamento, come bene, come verità. Universalismo, pragmatismo e il rischio del relativismo L’obiezione più immediata è che l’IA, per sua natura, richiede standard condivisi: protocolli, formati, benchmark. Se ogni cultura ha la sua cosmotecnica, come possono i sistemi interoperare? La risposta di Hui non è l’isolazionismo, ma la «tecnodiversità»: lo sviluppo attivo di percorsi tecnologici diversi, non dettati dalla Silicon Valley, che possono poi entrare in «diplomazia epistemologica» — un dialogo tra epistemologie diverse che non presuppone una superiore all’altra. Come la biodiversità preserva la resilienza degli ecosistemi, la tecnodiversità preserva la resilienza dell’ecosistema tecnologico globale. Un secondo controargomento: non si rischia il relativismo? Se non c’è un logos universale, come si valutano le pretese di verità? Wang risponde distinguendo «pluralismo epistemico» da «relativismo ontologico». Il pluralismo riconosce che diverse tradizioni offrono accessi parziali, situati, a una realtà che eccede qualsiasi singola conceptualizzazione; il relativismo negherebbe che ci sia qualcosa a cui quelle tradizioni si riferiscono. La continuità di Chao è proprio il metodo per navigare questo spazio: le categorie sono discretizzazioni pragmatiche di continui, e diverse discretizzazioni servono a scopi diversi. Terza obiezione: la proposta è irrealistica. L’industria dell’IA è dominata da poche grandi corporation occidentali; i loro modelli sono l’infrastruttura di fatto. Hui riconosce l’asimmetria di potere: «Il capitalismo è la cosmotecnica contemporanea che domina il pianeta»[3]. Ma sostiene che resistere richiede più della riforma politica: coltivare cosmotecniche alternative, radicate in epistemologie diverse, è l’unico modo per rendere pensabili futuri tecnologici diversi. Il paper di Wang non offre un piano di implementazione immediato; offre una diagnosi dei limiti epistemici dell’architettura dominante e una bussola per chi vuole costruire diversamente. Wittgenstein, Masterman, Chao, Hui: il filo del pluralismo La genealogia che Wang ricostruisce — Wittgenstein → Masterman → Chao → cosmotecnica contemporanea — non è una linea retta. Masterman, negli anni ’50 al CLRU, usò le teste del Thesaurus di Roget come nodi in una struttura a rete, mostrando come l’antica controversia in filosofia tra nominalisti e realisti prese, nelle conferenze di ricerca dell’Unità di Ricerca Linguistica di Cambridge, una svolta strana, affascinante, esoterica e nuova (Masterman 1957). Il suo lavoro anticipa tanto la semantica distribuzionale quanto l’idea che il significato emerga da relazioni in una rete, non da atomi semantici. Chao, formato in logica matematica e filosofia a Harvard, profondamente immerso nella filologia classica cinese, e poi coinvolto in riforma linguistica, fonetica di campo e cibernetica, sviluppò un approccio sperimentale e orientato alla continuità che interseca e sposta le assunzioni dominanti occidentali. Hui, a sua volta, porta questa genealogia nel XXI secolo, connettendola con la filosofia continentale della tecnica (Heidegger, Simondon, Stiegler) e articolando la cosmotecnica come contro-concetto all’universalismo tecnologico. Mappe concettuali: cosa distingue l’intelligenza plurale Tre distinzioni strutturano il passaggio dall’intelligenza universale a quella plurale: 1. Discretizzazione vs. continuità. L’IA dominante presuppone che il mondo venga pre-tagliato in token discreti (parole, subword, pixel). L’intelligenza plurale riconosce che la discretizzazione è una scelta pragmatica, culturalmente situata, operata su continui. 2. Simbolo astratto vs. xiang figurale. Il simbolo logocentrico è arbitrario, staccato dal referente. Lo xiang rimane ancorato a materialità e trame cosmologiche; il suo significato emerge da risonanza analogica, non da assegnazione convenzionale. 3. Ottimizzazione universale vs. negoziazione situata (gongsheng). L’agente razionale massimizza una funzione obiettivo definita globalmente. L’agente cosmotecnico negozia vincoli multipli dentro una rete relazionale, riconoscendo che non esiste un unico criterio di successo valido per tutte le comunità. Dove l’intelligenza potrebbe effettivamente iniziare La conseguenza revisionaria di questo quadro non è solo critica; è costruttiva. Nulla nella cosmotecnica o nella continuità di Chao concede alla biologia un titolo esclusivo all’intelligenza. Il carbonio non ha privilegio metafisico. L’evoluzione non ha brevetto sulla prima persona. Un processo ingegnerizzato sufficientemente diverso potrebbe attraversare una frontiera che i sistemi attuali — basati su discretizzazione token-level e ottimizzazione di funzioni obiettivo singole — non possono attraversare. Ma quel processo non sarebbe «migliore» sulla stessa metrica; opererebbe in un regime epistemico diverso, sensibile a continui, figure, relazioni. La sfida per la ricerca futura è duplice. Sul piano tecnico: sviluppare architetture che non presuppongano il token discreto come unità atomica, ma rappresentino distribuzioni continue e permettano discretizzazioni multiple, contestuali — un «General Chinese» per l’IA multimodale. Sul piano filosofico: articolare i criteri per valutare tali sistemi senza ricadere nel logocentrismo che si voleva superare. La continuità di Chao offre un metodo: non chiedere “questo sistema è intelligente?”, ma “quale continuità discretizza, per quali scopi, e con quali conseguenze per le comunità che lo abitano?”. Bibliografia Chao, Y.R. (1918). Continuity: A Study in Methodology. PhD dissertation, Harvard University. Chao, Y.R. (1968). A Grammar of Spoken Chinese. University of California Press. Descola, P. (2013). Beyond Nature and Culture. University of Chicago Press. Hui, Y. (2016). The Question Concerning Technology in China: An Essay in Cosmotechnics. Urbanomic. Hui, Y. (2016b). On the Existence of Digital Objects. University of Minnesota Press. Hui, Y. (2024). Machine and Sovereignty. University of Minnesota Press. Masterman, M. (1957). The Thesaurus in Syntax and Semantics. Mechanical Translation, 4(1), 1-10. Wang, Z. (2026). Plural intelligence: Chinese philosophy, intercultural semantics, and the future of AI. Humanities and Social Sciences Communications, 13, 1106. doi:10.1057/s41599-026-07830-8 Yeang, C.P. (2017). The phonograph and the phoneme: Yuen Ren Chao and the technologization of Chinese linguistics. Historical Studies in the Natural Sciences, 47(4), 401-442. Yeang, C.P. (2019). Visualizing speech: Yuen Ren Chao and the spectrographic turn in Chinese phonetics. Isis, 110(2), 287-314. Note «是謂無狀之狀,無物之象» — Laozi, Daodejing, cap. 14. Fonte: Daodejing, cap. 14 (Wikisource, traduzione Wikisource). Traduzione nostra: «Chiamarlo la forma di ciò che non ha forma, l’immagine di ciò che non ha sostanza». «sembra esemplificare un incontro attraverso cui la tecnica iscrive il Dao nella sua operazione e struttura» — Hui, Y. (2016). The Question Concerning Technology in China: An Essay in Cosmotechnics. Urbanomic. Fonte: Urbanomic. Traduzione nostra. «Il capitalismo è la cosmotecnica contemporanea che domina il pianeta» — Hui, Y. (2024). Machine and Sovereignty. University of Minnesota Press. Fonte: University of Minnesota Press. Traduzione nostra. Share this content: Navigazione articoli L’epistemologia dell’intelligenza artificiale: tra correlazione, causalità e modelli del mondo Intenzionalità derivata e spazio delle ragioni: perché i grandi modelli linguistici non capiscono