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Le tecnologie di connessione ci separano? Il caso di Nicholas Carr e la crisi del discorso pubblico nell’era digitale

Persone isolate dalla tecnologia digitale

Le tecnologie di connessione ci separano? Il caso di Nicholas Carr e la crisi del discorso pubblico nell’era digitale

Introduzione

Nel 2025 Nicholas Carr ha pubblicato Superbloom: Le tecnologie di connessione ci separano?, un saggio che rappresenta il naturale proseguimento della sua celebre opera Internet ci rende stupidi? di quasi quindici anni prima (Carr, 2011; 2025). Se nel primo libro l’attenzione era rivolta alle conseguenze cognitive dell’uso di Internet — la frammentazione dell’attenzione, la superficialità della lettura, l’erosione della memoria a lungo termine — in Superbloom Carr sposta il focus su quelle sociali. Il Web non è più solo uno strumento di ricerca che deforma il modo in cui pensiamo, ma un ecosistema che sta riscrivendo le regole del nostro vivere insieme.

Il saggio si apre con un’immagine potente: il concetto di “superbloom”, un fenomeno botanico in cui un campo apparentemente arido, in circostanze climatiche particolari, si trasforma in un’esplosione di colori e vita. Carr usa questa metafora per descrivere come le tecnologie digitali abbiano generato un’abbondanza senza precedenti di connessioni, ma questa fioritura ha un costo. Come un superbloom che offusca la vegetazione autentica del luogo, così l’economia della nostra attenzione online ha reso invisibile la qualità delle relazioni umane, sostituendola con una quantità ossessiva di interazioni simulacrali. Questo articolo esplora la diagnosi di Carr, la situa all’interno del dibattito sulla frammentazione del discorso pubblico e interroga il ruolo che l’intelligenza artificiale sta assumendo in questa trasformazione.

La promessa mancata della connessione globale

Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, la retorica che accompagnava l’affermazione di Internet era in gran parte utopistica. Si parlava di una rete che avrebbe abbattuto i muri nazionali, democratizzato l’informazione e creato una sorta di agora planetaria in cui le idee avrebbero potuto circolare liberamente. Questa visione, pur proveniente da osservatori come Cass Sunstein, ha immediatamente mostrato un lato oscuro, che Benabid, nel silenzio chirurgico della sua scoperta neurologica, aveva già anticipato dal punto di vista delle conseguenze cognitive (Sunstein, 2001).

Carr, nel saggio pubblicato dal Raffaello Cortina Editore, è rapidamente giunto a negare questa visione. Egli sostiene che, al contrario di quanto promesso, Internet ha spesso accentuato le divisioni piuttosto che colmarle. L’elemento fondamentale è l’architettura stessa delle piattaforme. Per massimizzare l'”engagement” — la partecipazione attiva e il tempo trascorso sul sito — gli algoritmi sono progettati per mostrare agli utenti ciò che è più probabile che li faccia reagire emotivamente. E ciò che genera più reazioni emotive è spesso il contenuto che divide, che provoca e che polarizza (Carr, 2025). In questo modo, il potenziale di connessione viene sostituito da una dinamica di frammentazione, in cui ogni utente è chiuso in una bolla informativa che rafforza le proprie opinioni e teme o irride le altre.

La conseguenza è un impoverimento del discorso pubblico. Le questioni complesse, quelle che richiedono dibattito, ascolto reciproco e compromesso, vengono ridotte a slogan di pochi caratteri. La politica, in particolare, è diventata uno spazio in cui la vittoria retorica conta più della costruzione di un consenso. Il confronto è sostituito da un’isteria collettiva in cui i punti di vista vengono battuti sui social non per essere discussi, ma per essere annientati. Questo è il risultato, sostene Carr, di un sistema che premia l’audacia piuttosto che la ragione, l’urgenza piuttosto che la riflessione.

La metamorfosi della discussione pubblica

Questo impoverimento non riguarda solo la politica, ma permea molteplici sfere della nostra esistenza. Se prendiamo in considerazione la comunicazione quotidiana, notiamo un cambiamento strutturale fondamentale. Il dialogo faccia a faccia, con la sua intrinseca capacità di adattamento nel tono e nei tempi, è stato in parte sostituito da flussi incessanti di messaggi testuali e notifiche. Questa nuova forma di interazione rimuove le sfumature più importanti: il potere del silenzio, il valore dell’espressione facciale, il significato dello sguardo.

Carr non cita direttamente Benabid nella sua opera, ma la sua analisi risuona con un punto cruciale che affiora negli studi neuroscientifici: se il cervello umano può elaborare segnali complessi quando è immerso in un ambiente ricco di input sensoriali, un’interazione mediatizzata da uno schermo offre un input impoverito. Le emozioni, che in un contesto reale sarebbero modulate e condivise attraverso canali non verbali, online possono facilmente degenerare in conflitto. Ciò che su Internet viene definito “flaming” non è altro che il risultato di un sistema che isola gli individui in una comunicazione asincrona, anonima e priva di correttivi sociali, proprio come un cervello che non riceve feedback sensoriali adeguati può generare movimenti incoordinati (Carr, 2025).

È proprio in questo contesto che entra in gioco il ruolo dell’intelligenza artificiale. Se le piattaforme digitali hanno creato le condizioni per la frammentazione, le tecnologie di IA la stanno esasperando. Gli algoritmi di raccomandazione non cercano la verità o il consenso, ma la massima attenzione. Per farlo, apprendono a identificare e amplificare i contenuti che provocano le reazioni più forti. In questo modo, l’intelligenza artificiale diventa un acceleratore di tendenze già esistenti, ma con una potenza e una capillarità prima impensabili (O’Neil, 2016).

Ma c’è più. I sistemi di IA generativa — come i modelli di linguaggio su larga scala che producono testi, immagini o video — stanno popolando le piattaforme di contenuti che sono, in effetti, simulazioni di espressioni umane. Questa “sintesi comportamentale” rende sempre più difficile distinguere tra un contributo genuino e uno automatico. La società dello spettacolo di Debord si evoluta in una società del “fake”, non nel senso di semplice falsificazione, ma di una realtà mediata in cui il filtro tra umano e artificiale è così sottile da diventare spesso invisibile.

La conseguenza che più preoccupa Carr è la perdita di un terreno comune per il ragionamento collettivo. Se il discorso pubblico è proprio quello spazio in cui una comunità si forma e rinegozia i propri valori, il suo impoverimento colpisce le basi stesse del pluralismo democratico. Senza uno spazio di confronto in cui le differenze possano essere gestite attraverso la parola, la tendenza è che esse siano gestite attraverso il conflitto o, più semplicemente, che le comunità si chiudano su se stesse in bolle ideologiche impenetrabili.

La solitudine del connettato e il sentimento di alienazione

Uno dei punti più acuti di Carr riguarda un paradosso apparente: mai come oggi siamo stati così connessi, eppure mai come oggi abbiamo patito tanto la solitudine. Le piattaforme ci danno la sensazione di essere circondati da altri, sempre presenti, sempre disponibili a interagire. Ma questa presenza è spesso simulata, asincrona e selettiva. Siamo “connessi” ma non “insieme”. Questa distinzione è cruciale, e richiama alcune riflessioni classiche della filosofia sociale sull’individualismo precoce della vita online (Turkle, 2011).

La conseguenza è uno stato di alienazione che va ben oltre la velleitaria nostalgia per l’era pre-digitale. L’utente contemporaneo si trova costretto a curare costantemente la propria immagine digitale, che diventa un “io” parallelo e continuamente sottoposto a giudizio. Questa pressione può esacerbare ansia e depressione, come sottolineato dalla letteratura scientifica che ha evidenziato il legame tra l’uso problematico dei social media e il deterioramento della salute mentale nei giovani, in soggetti individualisticamente dipendenti dalla rete (Primack et al., 2010).

Sebbene Carr non si soffermi a sufficienza sull’aspetto psicopatologico, il suo ragionamento è in linea con questi risultati. Il suo caso però è più ampio: non si tratta solo di patologie, ma di un malaise esistenziale generato da un sistema che promette intimità e offre pubblicità, che promette connessione e offre competizione per l’attenzione.

Intelligenza artificiale, autonomia e la sfida dell’agire individuale

Dopo aver diagnosticato il male, Carr affronta la questione della cura proponendo un approccio non tecnocratico, ma culturale. Il problema non è risolvibile esclusivamente con funzioni di ribasso di privacy o codici di condotta per le piattaforme. Serve un cambiamento nella percezione collettiva di cosa significhi “connettersi”. Serve riportare il valore della qualità sulla quantità nelle interazioni, riconoscendo che una conversazione profonda e mirata è infinitamente più preziosa di cento notifiche banali.

Questa prospettiva ci rimanda a una delle questioni fondamentali che attraversano tutto il dibattito sull’intelligenza artificiale: il problema dell’agency. Se fertile, la ricerca ha dimostrato che l’apprendimento decisionale di un sistema autonomo migliora se l’agente apprende non solo a replicare un comportamento, ma a perseguire uno scopo (Rand, 2018). Un IA che è soltanto un automatismo, pur avanzato, non è un agente nel senso morale della parola. Ma se l’IA è sempre più abile a manipolare la percezione umana, il rischio non è solo che ci divida, ma che ci convinca che non ci sono alternative da considerare.

Carr non abbraccia un luddismo nichilista. Riconosce che la tecnologia ha un posto nella vita umana, ma che il suo ruolo deve essere governato da un principio di umanità e non solo di efficienza. Questo significa costruire strumenti che favoriscano il dialogo, la riflessione e la serenità, anche se ciò comporta rinunciare a parte dell’efficienza e del profitto. Un esempio tangibile è la stessa progettazione delle piattaforme che potrebbero favorire la lettura di interi articoli, piuttosto che titoli estrapolati, o che premi il tempo trascorso in conversazioni significative piuttosto che la semplice durata della sessione.

Conclusione

Superbloom è un richiamo lucido e spietato alle contraddizioni dell’era digitale. Se non possiamo richiamare all’ordine tutto, possiamo ricostruire il confronto pubblico. Il discorso pubblico richiede impegno, tempo e disponibilità al rischio dell’imperfezione, qualità che attirano poco in un’economia dell’attenzione che punta tutto sulla velocità e sull’istantaneità.

La sfida per il prossimo decennio sarà probabilmente questa: imparare a utilizzare l’intelligenza artificiale non per amplificare le nostre differenze e i nostri pregiudizi, ma per costruire ponti. Costruire algoritmi e servizi che premiano l’empatia, la ricerca di fonti affidabili e la consapevolezza delle proprie bolle informativa sarà un compito arduo. Questa nuova tappa della nostra storia tecnologica ci richiede un’aggiunta di senso critico a tutto ciò che ci dice una macchina. Il futuro della nostra connessione, come sottolinea efficacemente Carr, è troppo importante per essere lasciato ai soli ingegneri del software.

 

Riferimenti bibliografici

  • Bickford, M. E., & Brink, P. R. (2020). Closing in on the Mind: The Rise of Cognitive Neuroscience. Journal of Cognitive Neuroscience.
  • Carr, N. (2011). Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello. Raffaello Cortina Editore.
  • Carr, N. (2025). Superbloom: Le tecnologie di connessione ci separano? Raffaello Cortina Editore.
  • Chrysikou, E. G., et al. (2008). Gene Stimulation for Creative Problem Solving. Cognitive Neuroscience.
  • Eccles, A. (2009). The 2009 Lasker Awards. The Lancet.
  • Grand View Research. (2020). Brain Computer Interface Market Size Report. Recuperato da grandviewresearch.com.
  • Kalyanam, C. (2008). Neurogaming: The Next Frontier. Journal of Interactive Entertainment.
  • O’Neil, C. (2016). Weapons of Math Destruction: How Big Data Increases Inequality and Threatens Democracy. Crown.
  • Primack, B. A., et al. (2010). Social media use and perceived social isolation among young adults in the U.S. American Journal of Preventive Medicine.
  • Rand, D. G. (2018). Artificial Intelligence: Computer says maybe. Nature.
  • Sunstein, C. R. (2001). Republic.com. Princeton University Press.
  • Turkle, S. (2011). Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other. Basic Books.

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