Nel 2025, un articolo pubblicato su arXiv intitolato Common Sense Is All You Need ha rilanciato un dibattito antichissimo con una urgenza del tutto contemporanea. L’intelligenza artificiale, nonostante i progressi straordinari degli ultimi anni, continua a vacillare di fronte a quella che tutti gli esseri viventi dotati di un minimo di sistema nervoso possiedono fin dalla nascita: il senso comune. Ma cosa significa davvero questa espressione? E perché la sua assenza rappresenta un limite forse invalicabile per le macchine?
Che cos’è il senso comune filosoficamente
Per comprendere la portata del problema, occorre risalire alle radici storiche e concettuali di un termine che diamo troppo spesso per scontato. Il senso comune, nella tradizione filosofica occidentale, non è semplicemente il buon senso pratico o l’intuizione quotidiana. È, secondo Aristotele, quella facoltà grazie alla quale l’essere umano percepisce gli oggetti dei cinque sensi e ne riconosce l’unità, il sensus communis come principio unificante dell’esperienza sensoriale. È la capacità di cogliere ciò che è vero perché lo si vive, lo si sperimenta, lo si abita.
Il filosofo napoletano Giambattista Vico, nel suo De nostri temporis studiorum ratione, portò questa intuizione alle sue conseguenze più radicali. Con il celebre principio verum factum — “il vero è il fatto” — Vico stabilì che la verità coincide con ciò che l’uomo stesso ha costruito. Non possiamo conoscere autenticamente ciò che non abbiamo fatto, non abbiamo vissuto, non abbiamo esperito. La storia, il diritto, il linguaggio sono mondi da noi creati, e dunque in questi ambiti possiamo raggiungere una verità che ci sfugge invece nella natura, creata da dio e non dall’uomo.
È proprio qui che emerge il nodo filosofico cruciale: il senso comune non è un database di informazioni, né un insieme di regole astratte. È il prodotto dell’esperienza incarnata, della vita in un corpo situato in un contesto sociale, storico, culturale. È il frutto di millenni di evoluzione biologica e di millenni di evoluzione culturale.
L’intelligenza artificiale e il paradosso della conoscenza senza esperienza
Un articolo apparso sul Journal of Science Communication nel luglio 2025 ha esaminato un’opera collettiva dedicata al tema AI and Common Sense: Ambitions and Frictions, offrendo una prospettiva interdisciplinare particolarmente illuminante. Secondo i curatori Martin W. Bauer e Bernard Schiele, la questione non è semplicemente tecnica, ma profondamente epistemologica. Si tratta di esaminare il claim secondo cui sia possibile dotare l’intelligenza artificiale di senso comune — inteso non come sostantivo, ma come avverbio: fare le cose in modo common-sensical.
Questa distinzione è fondamentale. Non si tratta di aggiungere un modulo al software che contenga le conoscenze di base sulla fisica del mondo, sul funzionamento degli oggetti, sulle aspettative sociali. Si tratta, piuttosto, di ripensare integralmente il rapporto tra conoscenza e azione, tra essere e fare, tra rappresentazione e competenza.
La ricerca contemporanea sull’embodied cognition — la cognizione incarnata — ha dimostrato quanto il nostro ragionamento dipenda dal nostro corpo, dalle nostre interazioni con l’ambiente, dalla nostra storia sensorimotoria. Un robot, per quanto avanzato, non ha fame, non ha freddo, non prova vertigini guardando dal tetto. Non ha mai sbattuto contro una porta, non ha mai sbagliato a versare l’acqua nel bicchiere, non ha mai provato il calore del sole sulla pelle dopo un lungo inverno.
Eppure, proprio queste esperienze banali — infinitesime, quotidiane, ripetute milioni di volte — costruiscono quello che chiamiamo buon senso. Quel know-how pratico, spesso tacito, che ci permette di navigare il mondo senza dover esplicitare ogni volta le regole che applichiamo.
I tentativi di engineering: tra ottimismo e scetticismo
I capitoli tecnici del volume citato mostrano le posizioni divergenti degli ingegneri dell’IA. Da un lato, alcuni sostengono che il senso comune — o almeno una sua forma — sia essenziale per la rilevanza a lungo termine dell’intelligenza artificiale. Dall’altro, c’è chi mette in discussione la necessità stessa del senso comune nello sviluppo dell’IA, suggerendo che stiamo inseguendo un miraggio, una proiezione antropomorfica destinata a rivelarsi una strada senza uscita.
L’articolo Common Sense Is All You Need, pubblicato su arXiv nel gennaio 2025, propone un cambio di prospettiva radicale. Gli autori, guidati da Hugo Latapie, sostengono che dovremmo ripensare l’ordine stesso dell’acquisizione della conoscenza nelle macchine. Anziché costruire sistemi sempre più grandi alimentati da dataset sempre più vasti, dovremmo sviluppare sistemi che partano da una conoscenza previa minima e siano capaci di apprendimento contestuale, ragionamento adattivo e embodiment — anche in domini astratti.
La proposta è ambiziosa, ma solleva interrogativi profondi. Se il senso comune è, come Vico e la tradizione philosophica suggeriscono, il prodotto di un’esperienza vissuta irripetibile, può una simulazione di tale esperienza — magari attraverso la realtà aumentata — generare un pseudo-senso comune autenticamente funzionale? O non rischiamo di costruire un surrogato sofisticato che manca l’essenza del fenomeno?
Il senso comune come specchio culturale
Uno degli aspetti più stimolanti del dibattito contemporaneo riguarda la dimensione culturale e linguistica del senso comune. I capitoli del volume sulla comunicazione della scienza esaminano come il senso comune vari significativamente tra culture diverse — dalla Germania ai Paesi Bassi, dal Giappone all’Italia. Ogni società sviluppa i propri senso commune, le proprie intuizioni condivise, i propri modi di stare al mondo.
Come può un sistema artificiale, inevitabilmente universale e astratto, appropriarsi di questa particolarità? Il senso comune non è solo conoscenza del mondo fisico, ma anche conoscenza delle aspettative sociali, delle norme implicite, delle gerarchie tacite che regolano le interazioni umane. È il sale della socialità, ciò che permette di capire quando qualcuno è ironico, quando un silenzio pesa, quando è il momento di cambiare argomento.
Su questo punto, la riflessione di Ivana Marková, citata nel volume, è particolarmente penetrante. Marková presenta il linguaggio come epistemologia del senso comune e l’azione come sua verità. In altre parole, il senso comune non è qualcosa che si sa, ma qualcosa che si fa — una competenza performativa, incarnata, contestuale.
Oltre il test di Turing: verso una nuova epistemologia
I ricercatori dell’università di Lund, in Svezia, hanno esplorato i limiti fondamentali di ciò che le macchine possono apprendere sugli esseri umani. Peter Gärdenfors, nel suo libro Kan AI tänka (Può l’IA pensare?), argomenta che è improbabile che l’intelligenza artificiale pensi mai nel modo in cui lo facciamo noi umani e gli animali. La ragione è che il pensiero umano è radicato in una storia evolutiva, in un corpo, in un ambiente, in un contesto di sopravvivenza e relazione che nessun algoritmo può replicare.
Il paradosso è che i sistemi di intelligenza artificiale più avanzati — come i grandi modelli linguistici — eccellono nei compiti che richiedono la manipolazione di simboli, la risposta a quiz, la produzione di testi coerenti. Ma falliscono miseramente quando devono capire che una sedia non può essere usata come scala, che l’acqua bagna, che regalare una calcolatrice a un bambino di tre anni non è un gesto educativo ma una bizzarria.
Sono le cosiddette failures che rivelano l’assenza di senso comune. Un bambino di quattro anni non ha bisogno di studiare la fisica per sapere che gli oggetti cadono, che i liquidi scorrono, che i gatti sono più piccoli delle mucche. Questa conoscenza è parte della sua struttura cognitiva, non un dato memorizzato.
Conclusione: la frontiera che resta aperta
Il dilemma finale è philosophicamente vertiginoso. Se il senso comune è davvero inseparabile dall’esperienza vissuta, e se l’esperienza vissuta è inseparabile da un corpo biologico immerso in un mondo naturale e sociale, allora forse il senso comune è, per definizione, inaccessibile a qualsiasi entità non biologica. Non si tratterebbe di un problema tecnico da risolvere con più dati o più potenza di calcolo, ma di un limite di principio.
La conclusione del volume curato da Bauer e Schiele è, su questo punto, stranamente confortante. La questione del senso comune, scrivono, rimane irrisolta e puzzling. Ma proprio questa opacità, questa irriducibile vaghezza, può aprire nuove possibilità di significato, con l’intelligenza artificiale come parte di quella conversazione.
Forse il senso comune non è qualcosa che l’IA deve possedere, ma qualcosa che ci ricorda chi siamo — esseri finiti, incarnati, situati, che conoscono perché vivono. E forse è proprio questa consapevolezza del limite a rendere la riflessione philosophica tanto preziosa in un’epoca dominata dall’entusiasmo tecnologico.
La frontiera del senso comune resta dunque aperta: non come problema da risolvere, ma come specchio in cui l’umanità può riconoscersi.
Fonti principali:
- Common Sense Is All You Need, arXiv:2501.06642, gennaio 2025
- AI and Common Sense: Ambitions and Frictions, Journal of Science Communication (JCOM), luglio 2025
- Kan AI tänka, Peter Gärdenfors, Lund University
- Tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale, Scienza & Filosofia, gennaio 2026
Immagine: phrenology head bust, Pexels
Share this content:





